CASA MUSEO
Renato Volpini

Allestimento a cura di DustyEye
con le animazioni di Mattia Sanarico
le audioguide di Vincenzo Bordoni
e il supporto di Paola Perusco

Lo storico studio milanese del Maestro Renato Volpini (Napoli 1934, Milano, 2017) riapre le porte per raccontare la vita e le visioni cosmiche dell'Artista.

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Renato Volpini’s historic studio based in Milan, finally opens up again to the public to narrate his life and the artist’s cosmic visions.

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    Renato Volpini (Napoli, 10 dicembre 1934 – Milano, 3 febbraio 2017) dopo un esordio nell’Informale, agli albori degli anni'60 iniziò a dipingere creature aliene in sospensioni cosmiche.   


    Intelligenze macchiniche e panorami visionari, in anticipo di decadi rispetto all'immaginario fantascientifico. Lo storico studio milanese del Maestro Renato Volpini riapre le porte con un nuovo allestimento curato da DustyEye per raccontare la vita e le opere del Maestro.

   La casa Museo Renato Volpini ospita anche una selezione di opere inedite animate digitalmente dall’artista Mattia Sanarico.

    Ad accompagnare la visita otto audioguide firmate da Vincenzo Bordoni. Otto racconti per ricostruire la vita dell’artista che consacrò la propria produzione alla ricerca dell’Altrove.

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Renato Volpini (Naples, 10th of Dicember 1934  - 3rd of February Milan 2017) after an informal career debut, began in the early ‘60s to paint alien-like creatures suspended in the cosmos.

 

Machinic forms of intelligence and visionary landscapes, decades ahead of the popular sci-fi imaginary.  The Maestro’s historic studio based in Milan re-opens with a new set-up, curated by DustyEye, to narrate the tale of Volpini’s life and art.

 

Renato Volpini’s House Museum also includes a selection of previously unpublished artworks, digitally animated by artist Mattia Sanarico.

 

To accompany your house tour, art critic Vincenzo Bordoni prepared eight audioguides to retrace the life of the artist who dedicated his life to research the Elsewhere.

Gillo Dorfles presentazione al “Libro d’Arte – Renato Volpini anni ’60 e oltre”, Ed. Il Gatto e la Volpe, Milano, 2007


Una interpretazione estremamente libera e autonoma della figurazione e della spazialita’ ha permesso da sempre a Renato Volpini di evitare l’incasellamento entro gli schemi dell’astrattismo o del naturalismo.
In altre parole la sua opera, cosi’ complessa e ormai estesa nel tempo, ha potuto resistere alle ambigue lusinghe delle svariate tendenze che si sono avvicendate nel territorio dell’arte visiva recente. Non solo, ma mentre l’avvento dell’”era elettronica” ha sconvolto, spesso in maniera deprecabile, molte delle ultime manifestazioni pittoriche, proprio nella convinzione che la computerizzazione potesse supplire all’assenza di creativita’, Volpini ha saputo valersi bensi’ dei nuovi media per ampliare le sue possibilita’ realizzative, ma senza lasciarsi prendere la mano dal nuovo mezzo. Anzi mi sembra tipico del suo operare il fatto di aver utilizzato le straordinarie possibilita’ compositive, cromatiche e trascrittive del computer e del plotter per metamorfosare i suoi lavori, recentissimi o recuperati dal passato, con quella preziosita’ di tipo artigianale che non puo’ mancare in un’opera artistica, anche nella nostra epoca di virtualita’ e di inganni.
Osservando con attenzione il suo lavoro possiamo constatare come l’artista urbinate non si sia allontanato da quello che,ormai da decenni, è divenuto il suo “alfabetario” preferito, ma abbia saputo piegarlo ai nuovi metodi pur mantenendo intatta l’atmosfera – tra metamorfica e lirica, tra giocosa e ibrida – che da sempre lo caratterizza.
Ritroviamo, così, in molte delle serie attuali, alcuni dei moduli e degli stilemi di quelle precedenti: elementi presi a prestito dalla meccanizzazione, rivisitazioni di pseudofigure, strumenti umanizzati, talvolta quasi surreali, talaltra addirittura segnaletici: tutto un universo formale – sempre vivac cromaticamente ma anche ironico e dissacratorio.
Molto soesso in alcuni di questi “originali – digitali – multimediali” (ODM) ci è dato di poter mettere a confronto alcune opere risalenti agli anni sessanta, quando Volpini si valeva co straordinaria maestria dell tecniche incisorie, dell’acquaforte, ecc. e l’epoca attuale dove spesso gli antichi documenti della sua perizia artigianale rivivono, ma solo meccanicamente (o elettronicamente), ma anche ora “artigianalmente” elaborati. Ed è, appunto, quello che ben pochi artisti moderni sono in grado di compiere, travolti come sono dalla “volonta’” inumana del computer.
Non si dimentichi, infatti, che Volpini – a dfferenza di molti artisti coevi – ha sempre affrontato il problema della tecnica per adattarlo ai suoi fini, e mai per lasciarsene dominare; ed è questo che gli ha permesso di passare incolume attraverso le lusinghe dell’informale (presente solo in alcune delle sue opere piu’ giovanili), della pop art (che ha contagiato tanti artisti degli anni sessanta – settanta) e che in lui ha lasciato solo scarse traccie sempre molto lontane dai modelli statunitensi, mantenendo intatte alcune costanti – in apparenza estrinseche, in realta’ molto intime – del suo temperamento, a un tempo favolistico e analizzatore. Il mondo della macchina, da un lato, le estrapolazioni corporee dall’altro; il racconto minuzioso, ma sempre la volonta’ da far prevalere la realta’ pittorica e grafica su quella annedottica, dove sia dominante il rapporto raffinato dei diversi frammenti costitutivi che gli ha permesso di raggiungere quella unitarieta’ “stilistica” che l’apparente dispersione dei segni e delle immagini poteva ostacolare.
Non posso, purtroppo, dilungarmi nel citare tutti quanti i “giochi artistici” di Volpini: cartoni variopinti, objects trouvées, frammenti minuscoli di meccanismi privi di ogni funzione (salvo quella “estetica”), sovrapposizioni di lavori astratti a costruire nuove inedite “entita’”; interi album (come l’attuale, posto a confronto a quello degli anni ’60). Quello che piu’ stupisce: la “attualizzazione” e il perfezionamento di lavori risalenti agli anni sassanta e sattenta rimassi in circolazione senza che denuncino segni di usura o di inattualita’. Credo, infatti, che una delle ragioniper cui queste importani e meravigliose opere appaiano tuttora vitali e dense di nuovi spunti, sia dovuta a un fatto: Volpini ha seguito man mano, con le sue produzioni e anche con la sua attivita’ di “maestro dell’incisione”, le diverse correnti delle avanguardie “storiche” quali si sono venute svolgendo dalla meta’ del secolo scorso; ma l’ha fatto in piena autonomia. Per questa ragione, a differenza di quanto accaduto per la maggior parte dei suoi “colleghi coevi”, non si è verificata mai, una sua adesione alle varie tendenze e ai vari raggruppamenti fioriti dal dopoguerra in poi: “spaziali”, “nucleari”, “pop art”, “concettuali”, ecc. Volpini è stato vicino a molti di questi artisti ma non è stato mai un vero e proprio “compagno di strada” di nessuno di loro.
E questo l’ha protetto dal conformismo dilagante e dalle pericolose alleanze. Questa sua autonomia l’ha in certo senso salvato da quella usura ed entropia che ha colpito molte di queste tendenze; e, se da un lato lo ha tenuto lontano da certi effimeri trionfi, dall’altro gli ha concesso un posto a se stante nella complessa e spesso ingarbugliata compagine artistica del nostro tempo.

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Giorgio Kaisserlian è stato un critico d’arte italiano di origine armena che aderì al movimento spazialista fondato dà Lucio Fontana. Dal catalogo della mostra alla Galleria Il Canale, Venezia, 1961

… Vi è in primo luogo l’invenzione di un grafismo lineare, estroso e raffinato, che non si accartoccia nelle solite cifre post wolsiane come oggi purtroppo molti indulgono a fare, ma persegue solo un suo ritmico innestarsi nella composizione ed un suo scandire deciso le forme presentate; vi è poi l’invenzione di stesure piene, che sembrano respirare largamente e prendono possesso della tela come dei personaggi alla ribalta;
vi è infine l’invenzione di massa cromatiche le quali entrano di soppiatto come una musica dapprima inavvertita e bruscamente insistente nell’intreccio delle strutture ed esse recano con se’ il brivido di presenza inattese.
Volpini regge questo sviluppo di tensioni con la sua ostinata volonta’ operativa e sa trovare in esso una serenita’ che è figlia di un dissidio superato. Come non individuare infatti nella trama di queste composizioni, tenute tutte sui bianchi, sui grigi e sui bruni, la presenza di una vita cittadina con i suoi incubi i suoi drammi quotidiani soffocati e nascosti, e la sue ansie chiuse? Questi drammi freddi e taciuti sono elevati alla forma visiva, staccati dalle occasionalita’ in cui essi ci appaiono, proposti come pura situazione esistenziale.
E qui sta la fermezza dell’impegno di Volpini. La sua estrema perizia espressiva, testimoniata dalle sue incisioni tecnicamente singolari, per efficacia di resa, trova cosi’ nei suoi dipinti una piena espansione.
E dobbiamo pur osservare che nella giovane pittura italiana di ricerca, vicino a coloro che insistono a crogiolarsi in sterili esercizi introversi, Renato Volpini spicca per la decisione del suo impegno e la piena evidenza del suo mondo poetico.

 

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Marco Valsecchi da “Il Giorno” , 1962

Renato Volpini è un giovane urbinate, che a Milano, pochi anni fa, ebbe un bel successo con una esposione di incisioni alla galleria Spotorno. L’evoluzione compiuta nel frattempo lo ha portato lentamente ad affrontare anche la pittura, del resto intravista gia’ nelle sue incisioni e litografie colorate o rese piu’ espressive col ricorso a diverse tecniche complesse, a mezzi anche eterogenei ma significanti come il “collage”.
….Apparentemente la sua pittura ha ha aspetti astrattisti. Ma brulica invece di figure e allusioni reali con un gusto particolare per le trasfigurazioni liriche, che sfiorano il simbolismo surrealista. Particolarmente interessante è la capacita’ del giovane pittore di frenare quel fermentare fantasioso con una pittura e una grafica lucida e netta, diradata in larghe superfici di colore quasi neutro. C’è un fervore mentale che risponde  ani-mosamente  colle immagini suggerite da una sensibilita’ quasi morbosa; e questa dialettica, rischiosa e delicata insieme, è la ragione principale dell’interesse che incontra il giovane Volpini.

 

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Gillo Dorfles dal catalogo della mostra alla Galleria La Cavana, Trieste, 1963

 

….E, non a caso, ho accennato ad una <<vegetalita’>> ed a una << metallicita’>> a proposito di codeste immagini grafico-pittoriche; giacche’ una delle caratteristiche di quest’arte è appunto il sui carattere metamorfico, di continua trasformazione, e di continua rielaborazione d’uno stesso materiale immaginificocce ha in’ sè alcunché di embrionario e di organico.
Quello che differenzia Volpini , tanto dal rigoroso ma un po’ frigido grafismo di alcuni artisti (come ad es. un Hartung), quanto da quello congestionato e succulento di altri (come ad es. un Mathieu) è il suo rifiuto d’ogni elemento d’imprecisione e di indeterminatezza e d’altro canto la sua volonta’ di giungere – attraverso la linea apparentemente astratta del suo disegno – alla formulazione di un preciso elemento figurale; che non è ovviamente quello naturalistico, realistico o surrealistico di tanti <> odierni, ma che è tuttavia un elemento ben formulato e configurato, capace di essere letto e vissuto come un’autonoma creazione gestaltica.
Per questa ragione non è possibile parlare, a proposito di questa opere, di <>, o di <>, neppure di <>. La sua materia è proprio quell’<> che è data dall’uso del colore puro e netto, spesso acromatico, valevole piuttosto come superficie neutra corrente che come spessore a se’ stante; e il suo segno è esso pure, un segno rivolto ad una strutturazione; inteso, dunque, come
portatore d’un messaggio, e non come caotico impulso miocinetico (ossia come mero gesto dovuto ad una istintiva carica muscolare). …

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Guido Ballo  è stato un scrittore, poeta e critico d’arte italiana. Dal catalogo della mostra alla Galleria del Cavallino, Venezia, 1966

 

….L’esigenza del racconto esiste: senza risolversi in fumetto, come avviene ad altri pittori dopo l’esempio della pop-art americana, sembra ricollegarsi in modo nuovo a certe proposte metafisiche della nostra civilta’.
L’oggetto – che nel tema di questa mostra è una macchina semplice, quasi un grande giocattolo nel momento di spezzarsi – crea nello spazio a due dimensioni ( in cio’ differisce dalla metafisica tradizionale, che amava l’illusione prospettica) nuovi ritmi, nuove analogie di richiami, diventando oggetto assoluto, emblematico; ingrandendo, ma in rapporti lineari definiti, dove a volte il contrappunto del fondo accentua il movimento compositivo. E’ un linguaggio che si ricollega alla metafisica ma anche al costruttivismo, e risponde alla particolare indole di Volpini; il quale ama la modulazione, il colore pulito, netto e tuttavia sottile, il discorso chiaro, e quindi l’espressione distaccata, i valori di una spazialita’ dove i rapporti siano sentiti come necessita’ interna di richiami; ama le immagini che diano il senso del provvisorio, dell’accidentale – com’è la nostra vita di ogni giorno – ma portate all’assoluto dei rapporti ritmici delle piu’ alte tradizioni italiane, da tempo dimenticate. Per questo il suo linguaggio, oggi, appare nuovo e singolare: ricco di tensione interiore, come presenza attiva, proprio quando sembra piu’ dominato e rigoroso.

 

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Paolo Volponi  da “Per Volpini”, presentazione alla mostra al Palazzo dei Diamanti, Ferrara, 1990

Una fitta intessuta frenesia di esseri e di segnali volanti invade ogni rotta celeste e spaziale.
Il brulicante sciame è partito dalla terra, quasi ciecamente fisso dentro una luce o un barbaglio che l’abbia sfiorato o acceso.
Ma dalla terra, anche se lontana e invisibile, non si stacca mai del tutto, recandone il battito, il polline screziato e la gravita’ di un’orbita impressa inesorabilmente dalla ragione della vita terrestre, che ormai da millenni è quella degli uomini. Tale è l’impressione che si riceve dalla rotazione delle immagini che gira questa mostra di Renato Volpini.
E ogni punto che si afferma tra le varie rincorse e congiunzioni, trapassa la macchinosita’ di certi congegni espressivi e scopre che l’energia che butta tutto in volo viene proprio da un contatto con quella ragione e piu’ ancora dalla volonta’ di assumerla come regola di conoscenza e di possesso.
Queste ali, ruote, elitre o carlinghe occupano una verita’ terrestre espansa quanto organica: dove i suoi elementi intrinseci e artificiali tendono a una nuova armonia continuamente, qualche volta da sembrare casuale ma sempre fervida.
È un modo questo culturale e pittorico di Volpini per assecondare e poi rivelare l’incontenibil e ansioso esplodere della materia del vero, il suo frantumarsi e rinnovarsi continuamente nella vita e nelle forme e quindi in altra verita’ ancora piu’ urgente e in diverse numerose costruzioni funzionanti e verificabili.
Mi pare cosi’ chiara la qualita’ mentale e logica di questa pittura di riuscire a spiegarsi e ad agire per comunicazione senza avere alcun bisogno di un prestito letterario o di un credito poetizzante.
Credo che il lavoro di Volpini riprenda con copiosa fertilita’ tutte le sue stagioni con il vigore iniziale dei primi anni ’60 quando concretamente si realizzo’ al vertice delle correnti di un rinnovamento totale piu’ancora che della pittura, della intelligenza stessa dell’artista, delle sue rgole, materie e produzioni.
Questa mostra ritrova il merto intatto di Volpini, la sua originale sfida alle tecniche tradizionali, delle quali era stato cosi’ bene istruito ad Urbino e all’insorgere dilagante pop.
Vibra ancora, ricollocando Volpini tra i giovani maestri dei quali la nostra cultura deve tener conto, la sua invenzione di un congegno pittorico proporzionato e rigoroso nelle tecniche e nelle misure, come avvincente nelle soluzioni formali e veloce nei centri strutturali.

Mimmo Rotella nota al catalogo della mostra al Palazzo dei Diamanti, Ferrara,1990

“I simboli cosmici di Volpini sono ormai entrati nella vita di oggi e del futuro”

 

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Giorgio Marconi introduzione al “Libro d’Arte – Renato Volpini anni sessanta” Ed. Il Gatto e la Volpe, Milano 2007

I Volpini erano due: Renato e sua sorella.
Ho conosciuto Renato giovane artista, scuola di incisione, grafica di Urbino, nel 1958-59 e cominciai allora ad acquistare opere sue: su carta, incisioni piu’ o meno unche, disegni e tele.
Il mio sodalizio duro’ dieci anni circa, poi le strade si divisero. Renato si dedico’ all’imprenditoria piccolo industriale e contemporaneamente all’attivita’ artistica.
La sorella lavoro’ nella mia corniceria per alcuni anni con zelo ed entusiasmo poi un giorno partì per Urbino.
Renato dotato di qualita’ naturali per l’arte continuo’ sempre a fare l’artista ma a “part-time”. Aveva famiglia e la mercedes. Peccato, era piu’ dura la vita ma se avesse fatto solo l’artista …penso che ce l’avrebbe fatta.
Tant’è che, le sue opere oggi incominciano ad interessare collezionisti ed aste.
Da parte mia, ho affidato a Guido Peruz suo collezionista e mecenate le opere che avevo tenuto per quarantenni, perché piu’ giovane di me e piu’ innamorato del suo lavoro sperando potesse realizzare cio’ che io e Renato non siamo stati capaci di fare.
Proprio nei giorni scorsi è passato a trovarmi Hozu Yamamoto della Tokyo Gallery in Giappone. Suo padre nel 1962 di passaggio a Milano organizzo’ con me una mostra di Volpini a Tokyo.
Perché no, un’altra volta a Tokyo e così ricominciamo il tour ?
È il mio augurio per Renato e Guido.